Sì, i nostri dati sono già il petrolio del nuovo millennio e non è una buona notizia





Succede quotidianamente, da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire. Ogni volta che accendiamo un device digitale quasi sicuramente lasciamo dei segni del nostro passaggio, della nostra personalità, della nostra intimità. Avviene sui social network ogni istante, ma non solo. Succede ogni volta che digitiamo una parola chiave su Google, che navighiamo all’interno di siti che utilizzano cookies o dispositivi che tracciano le nostre interazioni, che entriamo nella nostra area digitale di home banking, che surfiamo su siti di e-commerce, che ci connettiamo con mappe web per cercare esercizi commerciali; ogni volta che prenotiamo una visita medica on-line e molte (troppe) altre volte delle quali non ci rendiamo nemmeno conto. I nostri dati viaggiano quotidianamente e istantaneamente dai nostri dispositivi ai quattro angoli del globo, vengono stipati su server o dati in pasto ad algoritmi che ci restituiscono in tempo reale preferenze, suggerimenti, notizie, ma anche comunicazione politica, pubblicità contestuale (ovvero basata sulla nostra personalità) e propaganda, anche della peggior specie, come lo scandalo di Cambridge Analytica ci ha tristemente dimostrato. Ma quanto vale questo giro di affari?

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Pubblicato il: 8 Aprile 2019

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